Non sono mai stata Charlie

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Non mi schiero contro la satira, ma ho sempre ritenuto che la libertà di ciascuno finisca dove inizia la libertà dell’altro. Essere liberi di esprimere opinioni e di raccontare la realtà, anche con ironia, è un diritto ed è arte: bisogna saperlo fare, altrimenti si finisce solo per ferire il sentimento altrui. E nessuno ride.

Accade che sull’ultimo numero di Charlie Hebdo, popolare giornale satirico francese, si ironizzi sulle vittime del terremoto del 24 agosto in centro Italia: in una vignetta dal titolo Terremoto all’italiana sono rappresentate due persone insanguinate e altre sepolte  sotto strati di macerie, con la dicitura:  Penne al sugo di pomodoro, penne gratinate, lasagne. Solo ad averla descritta mi sento male e davvero non credo che qualcuno invece possa ridere guardandola.

La Francia ha preso subito le distanze e c’è un’indignazione generale che su Twitter emerge con l’hashtag “jenesuispascharlie”, ma io – e so di non essere l’unica – non sono mai stata Charlie.

Ovviamente non si può essere uccisi per una vignetta offensiva e di cattivo gusto, come purtroppo è accaduto con l’attacco terroristico del 2014 alla sede parigina del giornale. In quel momento è nato sui social l’hashtag “jesuischarlie” come sentito e commosso gesto di solidarietà verso chi veniva attaccato mortalmente solo per essersi espresso liberamente.

Ma, al di là della condanna nei confronti del terrorismo, il discorso qui è anche un altro. Possiamo davvero considerare libertà d’espressione l’offesa dei sentimenti più intimi altrui? Credo che l’ironia sia ben altro, credo sia saper raccontare la realtà, anche quella più spiacevole, ma con la capacità di suscitare comunque un sorriso. La satira, quella vera, può contribuire a cambiare ciò che non va – si tratta di una forma di arte ed espressione nata proprio a questo scopo – ma quando mancano creatività e sensibilità, l’unico risultato è quello di aggiungere brutto al brutto.

 

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