Milano 2015, un giorno di novembre

Siamo in guerra, una guerra diversa, fatta di paura e normalità apparente.

Milano, Stazione Centrale, bella, imponente, tanta gente, tante etnie e tanti colori, suoni, pubblicità, un via vai di storie, di partenze e di destinazioni…

Alla fermata della metro verde ci sono due poliziotti, giovani, visi puliti, ma con l’aria molto seria. Parlano tra loro, ci guardano con attenzione, li guardiamo con un misto di timore e rassicurazione. Passa ancora qualche minuto in una situazione che sembra sospesa, come quando prendi fiato e poi rimani lì, in attesa, con la paura di emettere un nuovo respiro. Ti dici che è tutto a posto: probabilmente le altre persone presenti non si sono neanche accorte di questa tensione, è tutto frutto della tua fantasia.

Poi… i poliziotti ci dicono di andar via: quella metro non si può prendere!

Col peso della valigia, del computer e con la precaria stabilità dei tacchi alti, ma soprattutto con un turbamento che lascia appena affiorare le lacrime sul bordo degli occhi, torno indietro e studio un percorso alternativo per arrivare comunque alla mia destinazione. Devo prendere un’altra metro e cambiare in Duomo, ma una signora mi dice che forse lì la metro non si fermerà: accade spesso, in quanto si tratta di un obiettivo sensibile e sono frequenti gli allarmi in zona.

Arrivo infine a destinazione. Ho un appuntamento di lavoro e la mia giornata prosegue come se nulla fosse successo. In realtà nulla è successo, o forse no…

Vivo in provincia, lontano, credo, dagli obiettivi del terrore. Catapultarmi all’improvviso nella quotidiana realtà di questa guerra è stato strano: una sensazione di sottile paura, e di coraggio, perché non ci si può e non ci si deve fermare.

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